mercoledì 23 gennaio 2019

Sintesi critica. La libertà del cristiano.


La Libertà del cristiano è un breve trattato che Lutero scrive e pubblica, in latino e in tedesco (la prima diretta a un pubblico colto, la seconda, più sintetica e diretta, rivolta a un pubblico più ampio) nel novembre del 1520 che, insieme ai due testi Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca1 e il De captivitate babylonica ecclesiae2, rappresenta uno dei tre scritti “programmatici” del monaco di Wittemberg. È opportuno porre in evidenza che tali scritti rappresentano la risposta di Lutero alla situazione di conflitto, ormai insanabile, con la chiesa cattolico romana, che, nel giugno del 1520 (giunta a Wittemberg in ottobre), emette la bolla papale Exsurge Domine, con la quale, papa Leone X, condanna ufficialmente le dottrine del monaco agostiniano quali eretiche e, lo esorta, secondo la prassi, a ritrattare entro sessanta giorni, pena la scomunica.
Nonostante il momento critico, La libertà del cristiano viene stampato insieme a una lettera diretta al papa, scritti entrambi in tono conciliante e moderato, che sembra rappresentare un ultimo tentativo di riconciliazione con la chiesa di Roma. Gli studiosi hanno sottolineato come tale lettera sia, in realtà, il tentativo del mediatore Karl Von Miltitz, un nobile sassone e chierico, che era in rapporto sia con il principe elettore di Sassonia, Federico il Savio, che con la curia romana. Tuttavia, il tono conciliante non impedisce a Lutero di esprimere la volontà di non ritrattare le proprie convinzioni e, al contrario, ribadire la difesa della libertà di interpretare le Scritture da ogni autorità terrena.
Come suddetto, il tema centrale della Libertà del cristiano, come suggerito anche dal titolo stesso, è la libertà così come un cristiano (non solo il credente fervente) la intende, o, anche, come teoria della libertà del cristiano3.
È interessante, prima di entrare più in dettaglio nell’analisi del trattato, considerare alcuni modelli di libertà del XVI secolo, dai quali Lutero intende prendere le distanze, così come rileva Paolo Ricca nella sua introduzione a tale opera4. In primo luogo, dalla libertas ecclesiae, cioè dalla libertà della chiesa del tempo dal potere temporale (così come proposta da Gregorio VII e i suoi successori), declinata e affermata nella signoria assoluta del papa, non solo sulla chiesa universale ma anche rispetto a qualsiasi potere civile. Pertanto libertà come godimento di privilegi (anche tributari e legislativi) a cui, Lutero, contrappone l’idea di libertà della chiesa quale libera circolazione della Parola di Dio (della sua predicazione e del suo libero ascolto nello Spirito da parte del credente), che rappresenta anche la condizione fondante di chiesa quale spazio di libertà, e quale possibilità di ogni singola comunità di <<giudicare ogni dottrina e di chiamare, insediare e destituire i dottori>>5.
In secondo luogo Lutero prende le distanze dalla libertà politica del tempo, che non era diritto della persona, ma veniva intesa in senso corporativo. Lutero si mostra fortemente critico nei confronti di tale libertà, l’episodio della guerra dei contadini (1525) è emblematico. I contadini tedeschi, guidati da Thomas Müntzer, rivendicavano in nome dell’evangelo, la libertà di non esser più considerati servi della gleba dai signori, Lutero afferma che questo è assolutamente contrario all’Evangelo, in quanto tratta di una libertà carnale, che vorrebbe fare del regno spirituale di Cristo un regno mondano. Per il monaco di Wittemberg questo è impossibile, il mondo si basa anche sulle disuguaglianze, la libertà cristiana è soltanto spirituale, interiore, che si può sperimentare soltanto mediante la fede. Tale libertà spirituale si traduce anche nel quotidiano come servizio al prossimo, frutto dell’amore di Cristo. La libertà, quindi, ci libera per gli altri. Al contrario, questa libertà non ha, per Lutero, alcun punto di contatto con la forza che muove al riscatto della propria condizione sociale.
Legato a tale libertà politica vi è anche un ulteriore modello di libertà dal quale Lutero prende le distanze, quello mistico-apocalittico, elaborato da Thomas Müntzer e, utilizzato, quale giustificazione “teologica” che portò, come suddetto, a quella definita dagli studiosi, “guerra dei contadini”. Müntzer ritiene che i contadini siano strumento del giudizio di Dio sugli “empi” e la libertà che ne origina è prima di tutto politica ma non di politica umana, bensì di politica di Dio. Come scrive nel suo scritto, la Confutazione ben fondata (1524), <<il popolo sarà libero e Dio solo ne sarà il Signore>>. Si tratta, pertanto, come la definisce Ernst Bloch, di instaurare una “democrazia mistica” in cui il popolo sarà libero poiché governato direttamente da Dio, senza alcun intermediario. Lutero contesta aspramente che questa rappresenti la libertà cristiana. In primo luogo perché utilizza il mezzo sbagliato cioè la violenza armata, che in nessun modo può giustificare un giusto fine (la giustizia sociale, il diritto), in secondo luogo, per il riformatore di Wittemberg, la “spada” non appartiene al popolo ma la magistrato (Rm 13). è, quindi, per Lutero, inconcepibile l’idea di questa libertà assoluta. Il governo umano si rende necessario in quanto è Dio stesso che governa il mondo in tal modo, con la Legge, mediante il potere secolare e con l’Evangelo per mezzo della Chiesa. È opportuno ricordare che anche per Lutero il sovrano ingiusto va combattuto, ma non attraverso la rivolta armata, bensì attraverso la richiesta a Dio, mediante la preghiera.
Un’altra libertà che, per Lutero, non è vera libertà cristiana è quella filosofico-teologica che si esprime nella categoria del libero arbitrio. A tale concetto, Lutero, oppone quello di servo arbitrio, attraverso il quale vuole evidenziare, non la capacità e libertà dell’uomo di affrontare le scelte della vita quotidiana, bensì l’ambito soteriologico. Più in dettaglio, Lutero afferma che l’uomo, davanti a Dio non è libero per natura ma deve essere liberato da Dio. É da tale liberazione che deriva la libertà di coscienza, la quale, a sua volta, genera la libertà della volontà che, quindi, non origina dalla natura dell’uomo ma dalla fede e dall’amore di Cristo.
Ritornando al trattato la libertà del cristiano, è possibile osservare una chiara suddivisione in due parti, la prima (3-18 della versione tedesca) in cui Lutero argomenta riguardo all’uomo interiore, alla sua libertà spirituale nell’evangelo di Cristo, la seconda
(19-29) in cui viene descritto l’uomo esteriore e la sua libertà declinata nel servizio.
La tesi centrale dell’opera viene presentata nel preambolo (1-2), nella tipica forma utilizzata da Lutero, il paradosso, “ Un cristiano è libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno. Un cristiano è servo volenteroso in ogni cosa, e sottoposto ad ognuno.” Tale affermazione che Lutero riprende da Paolo (I Cor 9) vuole indicare che il cristiano è libero in quanto allo stesso tempo signore e servo, “alter alterius Christus”, poiché anche Cristo lo è (Gv 13,13; Mc 10,45). Infatti, per Lutero, non è vera libertà senza servizio, che dona il senso a tale libertà, senza il quale sarebbe, invece, arbitrio; e non è servizio cristiano quello che non viene svolto nella libertà. In altri termini, si può affermare che Lutero pone in essere la distinzione tra due concetti, fides e caritas (inteso nel senso dell’amore, declinato nel servizio al prossimo), ritenuti, al contrario, strettamente legati dalla filosofia cristiana medievale.
Nel II paragrafo Lutero precisa che tali affermazioni sono entrambe vere se vengono considerate in riferimento alla duplice natura dell’uomo, la prima si riferisce alla natura spirituale, interiore, la seconda alla natura corporale, esteriore.
Come suddetto, nei primi XVIII paragrafi, Lutero affronta e spiega ciò che significa “natura spirituale” o “uomo interiore”.
È possibile riassumere le argomentazioni di Lutero affermando che l’uomo “spirituale” è l’individuo giustificato, liberato dalla fede, che comprende che <<nessuna cosa esterna può farlo libero e pio>>, che la giustizia e le opere sono nulla e che, al contrario, la sua libertà risiede nella Parola. Come viene affermato nel paragrafo VII, l’unica opera che rende cristiani è il formare in sé la Parola e Cristo.
L’argomentazione procede considerando i due momenti fondamentali della salvazione, il primo è il disperarsi di se stesso, l’imparare a diffidare di sé (VIII), il secondo è l’affidarsi totalmente a Cristo (IX). Tale trasformazione avviene mediante la Parola, attraverso <<le due specie di parole>> in essa contenuta, la legge e le promesse. Riprendendo il concetto teologico paolino di Legge quale pedagogo, Lutero afferma che questa ci è stata data, come suddetto, per condurre l’uomo a diffidare di sé, in quanto i comandamenti <<insegnano ciò che bisogna fare; ma non danno alcuna forza a farlo>>.
È dopo tale primo momento che l’uomo, annichilito, riceve “l’altra Parola”, la promessa divina di poter adempiere ai comandamenti ed essere liberati attraverso Cristo, parola personificata e fonte di ogni virtù cristiana. È affidandosi totalmente alla grazia che l’uomo si può trovare nella condizione di completa libertà.
Nel paragrafo XII Lutero radicalizza tale concetto, proponendo l’efficace immagine della fede come “anello nuziale” attraverso cui, l’anima dell’uomo si unisce a Cristo, ed è in tale sposalizio che è resa pura e libera, in quanto gli è imputata una giustizia non sua (iustitia aliena), quella del suo sposo. Tale libertà è quella di un re e di un sacerdote (XIV-XV-XVI) in quanto Cristo associa l’uomo alla sua regalità e al suo sacerdozio.
Nella seconda parte del trattato, Lutero espone ciò che è la natura “esteriore”, carnale, quella che nella tesi iniziale rimanda al servizio, cioè quella parte della natura umana che appartiene al mondo, che riguarda la caritas, nel senso di relazione con il prossimo.
È opportuno sottolineare come il paragrafo XIX si apre con la risposta di Lutero ai critici del suo tempo che, fraintendendo la dottrina della giustificazione per grazia mediante la fede, lo accusavano di una forma di antinomismo: << “Ah! Se dunque la fede è tutto e basta da sola a rendere pii, perché sono comandate opere buone? Vogliamo dunque essere gente dabbene senza far nulla!” No caro uomo, non così! Sarebbe così se tu fossi tanto un uomo interiore, se tu fossi diventato tutto spirituale e interiore; ma questo non accadrà che al giorno del giudizio.>>. Lutero, al contrario, afferma come l’etica cristiana, declinata nel servizio, origina dalla libertà e dal libero amore, senza alcun interesse o calcolo, per piacere a Dio, “sgorgano dalla fede, amore e gioia nel Signore”. Sono i “frutti” di tale libertà, <<Come Cristo dice: “Un cattivo albero non porta buoni frutti. Un buon albero non porta cattivi frutti”.>>. Concludendo, per Lutero “il cristiano è libero per la fede che lo innalza fino a Dio, ed è servo per l’amore che lo abbassa fino al prossimo” (Paolo Ricca). Pertanto, l’evangelismo luterano, non è, come a volte viene affermato, soltanto rivolto all’individuo e alla propria interiorità, bensì alla comunità cristiana (o, più in generale, alla comunità umana), visto come il luogo nel quale Cristo si incarna ancora oggi, nel prossimo, in particolare negli ultimi, fragili e sofferenti, coloro che necessitano di più del servizio cristiano.






1Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, per il miglioramento dello stato cristiano: tale trattato, scritto e pubblicato nell’agosto del 1520, rappresenta, in sostanza, un appello alla libertà e alla responsabilità dei laici (in particolare ai principi e nobili del Sacro Romano Impero) ad occuparsi della riforma della chiesa, in nome del sacerdozio universale dei credenti. In tale opera si denunciano le “tre muraglie” erette dalla chiesa di Roma per impedirne la riforma, il monopolio papale dell’interpretazione delle Scritture, la superiorità del papato su qualsiasi potere temporale e la divisione tra laici e chierici.
2Tale opera, pubblicata il 6 ottobre del 1520, scritta in latino, si rivolge ai dotti, e rappresenta la risposta alle critiche del francescano Augustin Von Alvedt riguardo alla proposta di Lutero della comunione sotto le due specie. Il trattato critica molto duramente (anche dal punto di vista del linguaggio) la dottrina dei sacramenti della chiesa cattolico romana, rea, secondo Lutero, di tenere prigionieri i sacramenti, così come Babilonia aveva tenuto prigionieri gli ebrei dell’epoca biblica. È la chiesa ad essere prigioniera, del Diritto canonico e di una cattiva teologia che deforma l’evangelo.


4M. Lutero, opere scelte/13, La libertà del cristiano (1520) a cura di Paolo Ricca, Claudiana, Torino.
5M. Lutero, Secondo la Scrittura, un’assemblea o comunità cristiana ha il diritto e la facoltà di giudicare ogni dottrina e di chiamare, insediare e destituire i Dottori, 1523.

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