Testo per la predicazione:
Romani 6, 5-11
Chiamati a una nuova vita,
nella libertà e nell'amore.
Care sorelle e cari fratelli, in
questo brano della Bibbia l'apostolo Paolo ci parla di una morte
inusuale.
Una morte che non rappresenta una
fine ma che è, al contrario, principio di una vita tutta nuova, con
un senso rinnovato.
Una morte che possiede una
radicale capacità trasformativa, capace di agire sul nostro mondo
interiore. Capace di cambiare il nostro modo di vivere le relazioni
con noi stessi, con gli altri e con Dio.
Quindi di che morte
ci sta parlando Paolo?
In Cristo, per il legame della
fede che ci unisce a Lui, noi viviamo la nostra morte,
che è morte al peccato, e il battesimo ne è il segno, affinché
nella sua resurrezione viviamo la nostra resurrezione,
che è camminare in novità di
vita per vivere a Dio, e il battesimo ne è la promessa.
Questa unione a Cristo l'apostolo
Paolo la descrive come totale, intima e vitale; come quella di due
piante che crescono insieme e che finiscono col fondersi per dar vita
a un unico organismo.
Questo
ci suggerisce
l’immagine contenuta nel testo greco. Questa vita “insieme”,
questa forza supera la morte, ci
apre
ad un presente e a un futuro di risurrezione.
Cos'è questo legame intimo,
totale, vitale, che ci lega a Cristo se non la fede?
Fede che non deve essere adesione
puramente intellettuale ad una idea religiosa o a pratiche legate
alla tradizione. Tanto meno un uso strumentale, politico, di simboli
religiosi, a cui di recente assistiamo sempre più spesso.
La fede è, invece il dono
dell'incomprensibile amore di Dio in Gesù, è riconciliazione con
Dio; è ciò che ci permette di diventare amici
di Dio.
La fede, come ci indica Paolo, ci
rende
consapevoli che
il nostro vecchio
uomo,
cioè l'uomo che ha la volontà di peccare, è messo in croce sul
Golgota, ucciso insieme all'uomo Gesù. Siamo
chiamati
non soltanto ad immaginarci in modo puramente psicologico morti al
peccato ma a prendere sul serio questa morte che ci separa da esso,
perché è Dio a compiere questa scissione ed è proprio questo il
motivo per cui questa morte è
una
nuova
nascita
per noi. Una nuova vita di risurrezione, di riscatto, di perdono, di
libertà dalla schiavitù del peccato. Un cammino nuovo si apre per
noi, oggi, ci rende capaci di praticare la giustizia di Dio, opera
del suo amore che, come scrive Paolo “ha riversato nei nostri
cuori”.
Ecco in cosa consiste la
santificazione,
è ciò che ci rende capaci di rapporti contraddistinti dalla libertà
e dall'amore.
Ma cerchiamo ora di
approfondire cosa può significare, per noi oggi, essere
morti al peccato.
Significa essere capaci di
leggere e comprendere i no
di Dio
per noi, per la nostra vita. No a quelli che potremmo chiamare i
“peccati originali” che abitano l’umanità di ogni tempo. Sono
le pulsioni egocentriche ed idolatriche del nostro mondo interiore
che, oggi, trovano sempre più spazio nella nostra società
caratterizzata dalla ricerca della felicità individuale a scapito
del benessere collettivo.
La Bibbia, libro capace più di
ogni altro di leggerci e comunicare con il nostro mondo interiore, ci
narra, fin dalle sue prime pagine, con il linguaggio del mito, di
questi No di Dio, di questi “peccati originali dell'uomo”. Ce ne
offre testimonianza anche il Nuovo Testamento. Giovanni nella sua
prima lettera ci parla della “concupiscenza della carne, della
concupiscenza degli occhi e della superbia della vita” (1Gv 1,
15-16). Sono gli stessi “peccati originali” che anche Gesù si è
trovato a dover affrontare nel deserto (Mt 4, 1-11). Sono, per
utilizzare termini a noi più vicini, ciò che la psicoanalisi ha
identificato come le tre pulsioni fondamentali che ci abitano e, a
volte, ci dominano, portandoci, come indica primariamente la parola
peccato nell'Antico Testamento, a “mancare il bersaglio” nelle
relazioni con noi stessi, con gli altri e con Dio.
Vediamo quali possono essere
alcuni di questi No di Dio per noi.
Un No
di Dio alla spinta
egocentrica contenuta nella pulsione dell'amore. Quando non siamo
capaci di riconoscere e valorizzare il fatto che la persona amata sia
altro da noi, non un nostro possesso.
Quanto spesso, purtroppo, questo
peccato giunge al suo esito più drammatico, alla violenza di genere,
al femminicidio. Quante vite di donne spezzate da chi diceva di
amarle.
Un No
di Dio alla tentazione
idolatrica che abita la pulsione del possesso, quando questo diventa
il fine ultimo delle nostre azioni. Quando ogni mezzo diventa lecito
per avere ciò che desideriamo. Com'è facile cedere alla seduzione
di questo peccato, negare che i beni dovrebbero essere di tutti e di
ciascuno secondo giustizia. Sempre più di moda è il “prima”,
“prima gli italiani”, “prima gli italiani di Foggia”, “Pavia
prima” e così via.
Ecco il peccato della pulsione
del possesso, l'egoismo, che ci fa identificare con ciò che
possediamo e l'altro diventa un avversario da tenere a distanza o un
semplice spettatore del nostro successo.
Un No
di Dio è alla
tentazione che agisce nella pulsione del dominio, quando
l'affermazione di se è a scapito degli altri. Questo è l'idolo più
pericoloso dal punto di vista sociale perché può diventare
facilmente sistemico, sorretto dalla politica e dall'economia. Quante
ingiustizie, quanti genocidi perpetrati in nome dell'idolo del
dominio che esige sempre un prezzo di sangue da parte di nostri
fratelli e sorelle. Ricordiamo
i regimi
totalitari che hanno caratterizzato il XX secolo, vi era chi riteneva
di compiere la propria missione di morte in nome di Dio. Come
dimenticare il motto “Dio è con noi”, usato molte volte nella
storia, da Imperi e da sovrani, posto sulle fibbie delle cinture
dell'esercito nazista. È opportuno e sano per noi ricordare che
proprio il nazismo ha avuto l'appoggio anche da parte dei cristiano
tedeschi. Ed è giusto e importante ricordarci che alcuni cristiani,
riuniti in quella che fu chiamata la Chiesa confessante, vi si
opposero.
Accanto a questi No di Dio, vi
sono certamente dei Si,
come ci dice Paolo, scritti nei nostri cuori dall'amore di Dio e che
dobbiamo imparare a leggere. Sono i Si di Dio per la nostra vita
nuova , che può essere contraddistinta da relazioni vissute nella
libertà e nell’amore. Una nuova vita libera dal peccato grazie al
grande
Si di Dio all’umanità che è Cristo.
Un Si
di Dio, quindi, alle
relazioni d'amore che si declinano nell'incontro con l'amato o
l'amata. Un incontro che deve essere contraddistinto dall'accoglienza
dell’altro o dell’altra, dal rispetto e dalla valorizzazione
delle differenze, dall'ascolto attento e amorevole dei bisogni, delle
fragilità, dei desideri e da tutto ciò che contribuisce alla
comunione profonda, intima.
Un Si
di Dio ad un sano
desiderio di possesso, rispondente al reale bisogno di ognuno e
ognuna. ConDividere
significa riconoscere il limite del nostro essere e riconoscere
l’altro: non siamo soli, non possiamo tenere tutto per noi.
Dobbiamo essere attenti soprattutto a chi è più fragile. L'apostolo
Paolo afferma “Noi che siamo forti abbiamo il dovere di portare le
infermità dei deboli (Rm 15,1a)” e questo ritorna perfettamente
nell’atteggiamento di Gesù nei
confronti di chi incontra.
Gesù accoglie l'umanità fragile e peccatrice, incapace cioè di
sottrarsi alla dinamica del desiderio, si pone in ascolto, si dona
loro e così li guarisce.
Un Si
di Dio alla
possibilità della realizzazione personale all'interno di relazioni
positive, in cui la reciproca interazione tra le differenze sia il
nodo costitutivo in cui possa nascere e svilupparsi la vita comune.
Spazio in cui ognuno e ognuna possa affermarsi insieme agli altri!
Non contro gli altri!
Un Si di Dio alla buona
amministrazione e cura di questo spazio comune da parte di chi è
chiamato a rappresentarci. Compito che deve essere caratterizzato
dalla responsabilità e attenzione verso tutti gli esseri viventi.
Questi Si di Dio che illuminano
la nostra vita della luce di Cristo possono
e devono
essere per noi un appello
alla coscienza, a
renderci attenti all'idolo che si nasconde nell'amore, nel possesso e
nel dominio e appello
alla responsabilità nel
porre
un'attenzione nuova
verso la cura delle molteplici fragilità che sono intorno a noi.
Questo è quello che può
e deve
caratterizzare la nostra libertà cristiana, che è amore e servizio,
così come ci ricorda il teologo Paolo Ricca in un commento a Lutero:
“Siamo liberi per la fede che
ci innalza fino a Dio e servi dell'amore che ci abbassa fino al
prossimo”.
Amen
Angelo Rotundo
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