martedì 4 febbraio 2020

Chiamati a una nuova vita, nella libertà e nell'amore.


Testo per la predicazione: Romani 6, 5-11

Chiamati a una nuova vita, nella libertà e nell'amore.

Care sorelle e cari fratelli, in questo brano della Bibbia l'apostolo Paolo ci parla di una morte inusuale.
Una morte che non rappresenta una fine ma che è, al contrario, principio di una vita tutta nuova, con un senso rinnovato.
Una morte che possiede una radicale capacità trasformativa, capace di agire sul nostro mondo interiore. Capace di cambiare il nostro modo di vivere le relazioni con noi stessi, con gli altri e con Dio.

Quindi di che morte ci sta parlando Paolo?
In Cristo, per il legame della fede che ci unisce a Lui, noi viviamo la nostra morte, che è morte al peccato, e il battesimo ne è il segno, affinché nella sua resurrezione viviamo la nostra resurrezione,
che è camminare in novità di vita per vivere a Dio, e il battesimo ne è la promessa.
Questa unione a Cristo l'apostolo Paolo la descrive come totale, intima e vitale; come quella di due piante che crescono insieme e che finiscono col fondersi per dar vita a un unico organismo.
Questo ci suggerisce l’immagine contenuta nel testo greco. Questa vita “insieme”, questa forza supera la morte, ci apre ad un presente e a un futuro di risurrezione.

Cos'è questo legame intimo, totale, vitale, che ci lega a Cristo se non la fede?
Fede che non deve essere adesione puramente intellettuale ad una idea religiosa o a pratiche legate alla tradizione. Tanto meno un uso strumentale, politico, di simboli religiosi, a cui di recente assistiamo sempre più spesso.
La fede è, invece il dono dell'incomprensibile amore di Dio in Gesù, è riconciliazione con Dio; è ciò che ci permette di diventare amici di Dio.
La fede, come ci indica Paolo, ci rende consapevoli che il nostro vecchio uomo, cioè l'uomo che ha la volontà di peccare, è messo in croce sul Golgota, ucciso insieme all'uomo Gesù. Siamo chiamati non soltanto ad immaginarci in modo puramente psicologico morti al peccato ma a prendere sul serio questa morte che ci separa da esso, perché è Dio a compiere questa scissione ed è proprio questo il motivo per cui questa morte è una nuova nascita per noi. Una nuova vita di risurrezione, di riscatto, di perdono, di libertà dalla schiavitù del peccato. Un cammino nuovo si apre per noi, oggi, ci rende capaci di praticare la giustizia di Dio, opera del suo amore che, come scrive Paolo “ha riversato nei nostri cuori”.
Ecco in cosa consiste la santificazione, è ciò che ci rende capaci di rapporti contraddistinti dalla libertà e dall'amore.

Ma cerchiamo ora di approfondire cosa può significare, per noi oggi, essere morti al peccato.
Significa essere capaci di leggere e comprendere i no di Dio per noi, per la nostra vita. No a quelli che potremmo chiamare i “peccati originali” che abitano l’umanità di ogni tempo. Sono le pulsioni egocentriche ed idolatriche del nostro mondo interiore che, oggi, trovano sempre più spazio nella nostra società caratterizzata dalla ricerca della felicità individuale a scapito del benessere collettivo.
La Bibbia, libro capace più di ogni altro di leggerci e comunicare con il nostro mondo interiore, ci narra, fin dalle sue prime pagine, con il linguaggio del mito, di questi No di Dio, di questi “peccati originali dell'uomo”. Ce ne offre testimonianza anche il Nuovo Testamento. Giovanni nella sua prima lettera ci parla della “concupiscenza della carne, della concupiscenza degli occhi e della superbia della vita” (1Gv 1, 15-16). Sono gli stessi “peccati originali” che anche Gesù si è trovato a dover affrontare nel deserto (Mt 4, 1-11). Sono, per utilizzare termini a noi più vicini, ciò che la psicoanalisi ha identificato come le tre pulsioni fondamentali che ci abitano e, a volte, ci dominano, portandoci, come indica primariamente la parola peccato nell'Antico Testamento, a “mancare il bersaglio” nelle relazioni con noi stessi, con gli altri e con Dio.

Vediamo quali possono essere alcuni di questi No di Dio per noi.
Un No di Dio alla spinta egocentrica contenuta nella pulsione dell'amore. Quando non siamo capaci di riconoscere e valorizzare il fatto che la persona amata sia altro da noi, non un nostro possesso.
Quanto spesso, purtroppo, questo peccato giunge al suo esito più drammatico, alla violenza di genere, al femminicidio. Quante vite di donne spezzate da chi diceva di amarle.

Un No di Dio alla tentazione idolatrica che abita la pulsione del possesso, quando questo diventa il fine ultimo delle nostre azioni. Quando ogni mezzo diventa lecito per avere ciò che desideriamo. Com'è facile cedere alla seduzione di questo peccato, negare che i beni dovrebbero essere di tutti e di ciascuno secondo giustizia. Sempre più di moda è il “prima”, “prima gli italiani”, “prima gli italiani di Foggia”, “Pavia prima” e così via.
Ecco il peccato della pulsione del possesso, l'egoismo, che ci fa identificare con ciò che possediamo e l'altro diventa un avversario da tenere a distanza o un semplice spettatore del nostro successo.

Un No di Dio è alla tentazione che agisce nella pulsione del dominio, quando l'affermazione di se è a scapito degli altri. Questo è l'idolo più pericoloso dal punto di vista sociale perché può diventare facilmente sistemico, sorretto dalla politica e dall'economia. Quante ingiustizie, quanti genocidi perpetrati in nome dell'idolo del dominio che esige sempre un prezzo di sangue da parte di nostri fratelli e sorelle. Ricordiamo i regimi totalitari che hanno caratterizzato il XX secolo, vi era chi riteneva di compiere la propria missione di morte in nome di Dio. Come dimenticare il motto “Dio è con noi”, usato molte volte nella storia, da Imperi e da sovrani, posto sulle fibbie delle cinture dell'esercito nazista. È opportuno e sano per noi ricordare che proprio il nazismo ha avuto l'appoggio anche da parte dei cristiano tedeschi. Ed è giusto e importante ricordarci che alcuni cristiani, riuniti in quella che fu chiamata la Chiesa confessante, vi si opposero.


Accanto a questi No di Dio, vi sono certamente dei Si, come ci dice Paolo, scritti nei nostri cuori dall'amore di Dio e che dobbiamo imparare a leggere. Sono i Si di Dio per la nostra vita nuova , che può essere contraddistinta da relazioni vissute nella libertà e nell’amore. Una nuova vita libera dal peccato grazie al grande Si di Dio all’umanità che è Cristo.

Un Si di Dio, quindi, alle relazioni d'amore che si declinano nell'incontro con l'amato o l'amata. Un incontro che deve essere contraddistinto dall'accoglienza dell’altro o dell’altra, dal rispetto e dalla valorizzazione delle differenze, dall'ascolto attento e amorevole dei bisogni, delle fragilità, dei desideri e da tutto ciò che contribuisce alla comunione profonda, intima.

Un Si di Dio ad un sano desiderio di possesso, rispondente al reale bisogno di ognuno e ognuna. ConDividere significa riconoscere il limite del nostro essere e riconoscere l’altro: non siamo soli, non possiamo tenere tutto per noi. Dobbiamo essere attenti soprattutto a chi è più fragile. L'apostolo Paolo afferma “Noi che siamo forti abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli (Rm 15,1a)” e questo ritorna perfettamente nell’atteggiamento di Gesù nei confronti di chi incontra. Gesù accoglie l'umanità fragile e peccatrice, incapace cioè di sottrarsi alla dinamica del desiderio, si pone in ascolto, si dona loro e così li guarisce.

Un Si di Dio alla possibilità della realizzazione personale all'interno di relazioni positive, in cui la reciproca interazione tra le differenze sia il nodo costitutivo in cui possa nascere e svilupparsi la vita comune. Spazio in cui ognuno e ognuna possa affermarsi insieme agli altri! Non contro gli altri!
Un Si di Dio alla buona amministrazione e cura di questo spazio comune da parte di chi è chiamato a rappresentarci. Compito che deve essere caratterizzato dalla responsabilità e attenzione verso tutti gli esseri viventi.

Questi Si di Dio che illuminano la nostra vita della luce di Cristo possono e devono essere per noi un appello alla coscienza, a renderci attenti all'idolo che si nasconde nell'amore, nel possesso e nel dominio e appello alla responsabilità nel porre un'attenzione nuova verso la cura delle molteplici fragilità che sono intorno a noi.
Questo è quello che può e deve caratterizzare la nostra libertà cristiana, che è amore e servizio, così come ci ricorda il teologo Paolo Ricca in un commento a Lutero:
Siamo liberi per la fede che ci innalza fino a Dio e servi dell'amore che ci abbassa fino al prossimo”.

Amen

Angelo Rotundo


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